Niente Ici, l’imposta comunale sugli immobili, per le attività commerciali in possesso di enti ecclesiastici e il pagamento del cinquanta per cento delle tasse sul reddito (Ires). Sono questi alcuni dei privilegi concessi dallo Stato italiano al Vaticano, con un risparmio annuale per la Santa Sede di due miliardi di euro di contributi.
Una situazione privilegiata che ha indotto l’Unione europea, attraverso il commissario alla concorrenza Joaquin Almunia, ad aprire un’indagineformale sull’Italia, ritenendo queste agevolazioni fiscali “aiuti di stato non compatibili” con le norme sul mercato unico europeo. L’indagine non riguarda le attività pastorali, caritatevoli o ricreative della Chiesa ma esclusivamente quelle imprenditoriali (circa 100mila immobili) in concorrenza con le altre aziende che offrono servizi analoghi nel campo dell’istruzione, della sanità e del turismo.
La procedura dovrebbe essere formalizzata oggi dalla Commissione Ue e il governo avrà trenta giorni per presentare un memoriale difensivo. Se le motivazioni non convinceranno Bruxelles, i risvolti potrebbero essere clamorosi. Perchè la sentenza, che dovrebbe essere emessa entro un anno e mezzo, oltre all’annullamento dei privilegi potrebbe prevedere anche la restituzione allo Stato degli arretrati. Un vero e proprio bagno di sangue per le casse della Chiesa.
La scintilla di tutto è stata la denuncia di uno studio legale italiano e del radicale Maurizio Turco. E’ dal 2005, anno in cui Berlusconi stabilì le agevolazioni durante la campagna elettorale per le elezioni dell’anno successivo, che l’Ue studia le carte e le eventuali modalità di intervento. Nel 2009 il predecessore di Almunia, l’olandese Neelie Kroes, aveva deciso di archiviare il caso, ritenendo inopportuno lo scontro con uno dei paesi fondatori su un tema tanto delicato come i rapporti economici con il Vaticano. Adesso si ricomincia. La Santa Sede trema, il governo italiano pure.

