L'Italia regge alla recessione. Ma fino a quando?


Il 43° rapporto del Censis dipinge una situazione con molti contrasti. L’economia tiene, preoccupazione per famiglie e lavoro. Ed è crisi della rappresentanza.


Il nostro Paese ha reagito alla crisi replicando un modello consolidato, ma non si sa se questo risulterà vincente anche nel lungo periodo. La disoccupazione ed il sostegno alle famiglie saranno le sfide del 2010, ma il sistema non potrà contare sulla politica e le associazioni di categoria per risolverle. Questo in sintesi il rapporto 2009 del Censis sulla situazione sociale del Paese, da cui emerge un quadro fatto di elementi positivi e negativi.

Innanzitutto, le famiglie che resistono alla crisi anche se con qualche difficoltà. Oltre un quarto dei nuclei familiari (il 28,5 per cento) infatti ha avuto problemi a vivere del proprio reddito, ricorrendo a fonti di finanziamento alternative. Un dato migliore della media europea, ma che non può non far riflettere, soprattutto se si tiene conto che al Sud sale al 36,5 per cento. E proprio sulle famiglie, particolarmente quelle meridionali, pesa il più grande problema italiano: la disoccupazione. Sono oltre 378 mila i posti di lavoro persi (-1,6 per cento, meglio di Spagna e Inghilterra ma peggio di Francia e Germania), che si vanno a sommare ad un tasso globale salito al 7,4 per cento e al 12 nel Mezzogiorno. E sono i giovani poco tutelati a pagare di più, visto che il 50 per cento dei posti persi appartiene a queste categorie.

Dati contrastanti anche per quanto riguarda l’economia. Globalmente infatti le forze produttive italiane sembrano sopportare bene l’urto della recessione. In particolare la media impresa riorganizza la produzione, punta sulla tecnologia, ed esplora mercati nuovi per contrastare la crisi dei vecchi. Ma questo avviene a prezzo di una selezione che non tutti riescono a sostenere. Sono infatti oltre trentamila le attività manifatturiere che hanno chiuso nell’ultimo anno, e cinquantamila quelle commerciali. Anche il terziario attraversa una fase di profonda riorganizzazione, con più imprese che chiudono rispetto a quelle che aprono.

Il sistema riesce a sopravvivere nonostante le difficoltà, dunque. Ma deve farlo senza l’appoggio del mondo politico e delle associazioni rappresentative che, prigionieri di una cultura fondata sui sondaggi d’opinione, non sono più in grado di difendere gli interessi del Paese. Questi si rappresentano quindi da soli, con il grande capitale che ha occupato il posto vacante di guida dell’economia. La politica, inoltre sembra incapace di fornire una visione d’insieme che sostituisca il modello tradizionale di sviluppo del Paese, centrato su piccola e media impresa, ruolo delle famiglie nell’economia ed un sistema finanziario non troppo avanzato. L’Italia dunque appare condannata a replicare uno schema che si ripete identico dagli anni ’70 e finora ha resistito a tutte le crisi, compresa quella in corso. Ma è incerto se riuscirà a farlo anche in futuro, specialmente se il momento di difficoltà dovesse prolungarsi. Scommettere su queste tendenze quindi rischia di essere un gioco in perdita, un altro sintomo della malattia italiana di accontentarsi di soluzioni di breve periodo. Tutto il contrario di quella trasformazione che sarebbe necessaria, secondo il rapporto, per affrontare con la speranza di vincerle le sfide contemporanee.